A dieci anni dall’attacco della setta Aum

I - Cosa ha fatto lo Zen Giapponese nel frattempo?

“Aum Shinrikyo” è il nome di una setta giapponese che il 20 marzo 1995 ha immesso del gas nervino Sarin nella metropolitana di Tokyo, provocando la morte di 12 persone. Già in precedenza in attentati minori. diverse altre persone erano state uccise. Benché la setta veneri il Dio Indù Shiva e per l’attacco col Sarin sia stato determinante il credere nel Giudizio Universale, “Aum” è considerata in genere una forma di Buddismo. Al centro della sua dottrina era un miscuglio degli insegnamenti Theravada, Mahayana e Vajrayana. Questa setta, che ora si chiama “Aleph”, esiste anche oggi, ma ha molti meno seguaci di quanti ne avesse 10 anni fa, quando in Giappone i praticanti erano più di 10.000 (e circa 30.000 in Russia), buona parte dei quali laureati in università primarie e in età comprese tra i venti e poco sopra i trenta anni. Cercavano qualcosa che la società giapponese non era in grado di offrirgli, la liberazione spirituale. Gli attacchi di dieci anni fa hanno dimostrato alla maggior parte di loro e al resto del Giappone che avevano cercato la loro “liberazione” nel posto sbagliato.

La domanda, però, rimane: perché questi giovani dotati non hanno cercato un rifugio innanzi tutto nel buddismo tradizionale giapponese, così come è rappresentato dalle scuole Tendai o Shingon, Jodo o Zen? Non ci si dovrebbe aspettare da queste scuole che offrano una forma più autentica di buddismo e un accesso più credibile a quella che Buddha chiamava liberazione?

In questo senso gli attacchi del 1995 hanno messo in discussione non solo la dottrina della setta stessa, ma anche quella di tutte le scuole buddiste giapponesi esistenti. Il Buddismo è una religione che deve offrire la liberazione a tutti gli esseri senzienti – non è un giro di affari legato alla gestione dei funerali. Ma è proprio questo che oggi la maggioranza dei giapponesi pensa del Buddismo giapponese: E’ un business, non una religione. Fai visita al tempio per occuparti della tomba di famiglia, non per sentire il religioso residente che predica il Dharma. E alla maggior parte dei giapponesi non verrebbe mai l’idea di diventare un devoto buddista in una scuola tradizionale, per riflettere sulla propria vita e cercare la vera liberazione.

[Nei prossimi mesi] Qui di seguito, voglio studiare come il Buddismo giapponese, in particolare la scuola Zen (Rinzai e Soto) ha reagito a questa sfida e quali sono state le risposte. Perché se il Buddismo giapponese non è in grado di rispondere alle esigenze spirituali dei giovani giapponesi, si deve assumere la responsabilità di quei giovani che sono sviati verso nuovi culti, e se si ripetesse un attentato come quello di dieci anni fa, la responsabilità sarà anche la sua.

II - Come le sette Rinzai e Obaku hanno definito il problema

In che modo lo Zen giapponese si è rapportato all’attacco col Sarin posto in essere dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo dieci anni fa? Voglio innanzi tutto cominciare a prendere in esame come le correnti Rinzai e Obaku si sono confrontate con il problema. Oggi in Giappone ci sono tre diverse scuole Zen, Soto, Rinzai e Obaku. Tra queste la corrente Obaku, che è stata trasmessa al Giappone dal monaco cinese Ingen nel 1654, è la più giovane e la più piccola. Di fatto, ad Ingen si attribuisce anche l’aver portato i fagioli per la prima volta in Giappone dalla Cina, e oggi tutti i giapponesi chiamano “Ingen” quel tipo di fagiolo, mentre quasi nessuno sa niente del monaco Zen Ingen o della scuola di Zen da lui trasmessa. La prima a essere trasmessa in Giappone fu la scuola Rinzai, che si riallaccia alla stessa tradizione della setta Obaku (il maestro di Rinzai si chiamava Obaku), e si è affermata come una di quelle di maggior successo nell’influenzarlo spiritualmente e culturalmente. Lo Zen che fu introdotto in Occidente con gli scritti di D.T. Suzuki, era lo Zen Rinzai con la sua enfasi sui Koan e sul Satori. A differenza del Soto Zen, a cui talvolta ci si riferisce in termini spregiativi come “Zen contadino”, lo Zen Rinzai si distingue anche per essersi espresso in modo unico in molte arti tradizionali giapponesi, come l’arte del tè, del tiro con l’arco, dell’architettura dei giardini e della sistemazione dei fiori. D’altro canto molte di queste arti risultano, a uno sguardo più attento, niente altro che un modo di ammazzare il tempo tra i circoli aristocratici della vecchia capitale di Kyoto. Sembra che pochi occidentali sappiano che in passato diventare un monaco dello Zen Rinzai era, per i nobili e i Samurai, un modo diffuso di ritirarsi dalla vita pubblica e godersi una vita agiata. La cosiddetta “cultura Zen” è solo un sottoprodotto di questo orientamento sociale e ha poco a che fare con l’insegnamento del Buddha Shakyamuni. Sia come sia, dopo l’incidente del Sarin di dieci anni fa, i responsabili del Rinzai e dell’Obaku si riunirono in una serie di incontri per discutere l’impatto che l’attentato aveva avuto e come reagirvi. Questi incontri si sono susseguiti per dieci mesi, e i risultati sono riportati (in Giapponese) nel sito web dell’Istituto per gli studi Zen (http://www.zenbunka.or.jp/03 magazine/index 5.2.htm). Le alte gerarchie del Rinzai e dell’Obaku hanno dichiarato che il problema non era semplicemente quello di un culto pseudo-Buddista impazzito, ma piuttosto un problema della stessa chiesa buddista, cioè il problema di ogni singolo monaco Zen. Per citare i loro scritti:

“‘COSA dobbiamo fare NOI adesso?’ – questo ‘COSA?’ certo non si riferisce semplicemente all’analisi e alla critica della pratica e della dottrina della setta Aum evidenziando la sua natura pseudo-religiosa, come di recente hanno fatto molti critici sociali. Così facendo, ci limiteremmo a giustificare il nostro punto di vista. Ovviamente è importante evidenziare come il nostro punto di vista differisca da quello della setta Aum. Ma se ci fermiamo qui, non sarà di nessun aiuto a far luce sul problema reale e – quel che è anche peggio – con il giustificare il nostro punto di vista, nasconderemo solamente i fattori del problema reale che dipende anche dallo stato attuale della nostra istituzione buddista. Affermando che il problema sia solo un problema della setta Aum, cadremmo nell’errore di credere che sul nostro versante non ci sono problemi. Quindi quello che ora ci si chiede è di fare innanzi tutto un buon esame di noi stessi: Quello che affermiamo essere il nostro punto di vista, è realmente la verità? E quello che pratichiamo quotidianamente nella nostra vita ha niente a che fare con quello che dichiariamo ufficialmente essere il nostro punto di vista?
Allora quando ci chiediamo ‘COSA fare?’, questo ‘COSA’ non deve essere un’auto-giustificazione, ma piuttosto un modo per interrogarsi sulla nostra responsabilità. La nostra responsabilità è fornire una risposta a quei giovani uomini e a quelle giovani donne che sono entrate nella setta Aum in cerca di liberazione, e anche a tutta quell’altra gente del mondo moderno che brancola nell’illusione, alla ricerca del proprio vero io. Dobbiamo riflettere onestamente sul fatto che per troppo tempo abbiamo trascurato questa responsabilità, che non siamo stati capaci di abbracciare e accettare le anime smarrite di questi giovani in cerca. La risposta alla domanda che ci siamo posti – ‘COSA dobbiamo fare NOI adesso?’ ‘COSA siamo in grado di fare NOI adesso?’ – può venir fuori solo da una profonda riflessione su noi stessi.”

Questa affermazione è forse un po’ filosofica, ma il punto che il problema posto dagli attacchi col Sarin non è il problema solo della setta Aum, ma di ciascuno di noi, mi colpisce per la sua incredibile onestà. E’ proprio quello che nello Zen si chiama “kyakka shoko” – far luce sui propri piedi – o “eko hensho” – rivolgere la luce all’interno e riflettere su se stessi.[Il prossimo mese esamineremo come questo problema è stato ulteriormente sviluppato al’interno delle sette Rinzai e Obaku.]

III - L’incidente Aum definito come un attacco alla civiltà umana moderna

“Approfondendo l’esame dell’attentato Aum, possiamo scoprire al suo interno il malessere culturale e sociale del nostro mondo moderno. L’incidente in sé prima o poi sarà dimenticato, ma non sarà così facile curare il malessere del nostro mondo moderno che si è manifestato in quell’attentato. Fintantoché avremo questa sensazione di soffocamento nella società moderna, il “problema Aum” non sarà risolto, e un secondo o un terzo ‘incidente Aum’ potranno capitare in qualsiasi momento in forme diverse. Questo significa che il cosiddetto ‘problema Aum’ è un problema di ciascuno di noi – è il nostro problema”.

Le scuole Rinzai e Obaku in questo modo definiscono “l’incidente Aum” come “problema nostro”. A questo punto qual è la loro analisi del problema della società moderna reso manifesto dall’incidente?

“L’uomo moderno crede più nell’essere umano che in Dio, e la società e la storia moderna sono strutturate con l’essere umano al centro. Però liberando l’uomo dalle mani di Dio, il moderno umanesimo ci ha resi schiavi del nostro stesso karma umano.

Nel mondo moderno, la prospettiva di un ‘mondo diverso’ al di là del karma umano è stato eliminato. L’uomo moderno quindi ha cominciato a soffrire il suo essere un ‘essere umano’, e sente che sta soffocando per il suo isolamento in questo mondo umano moderno, da cui non c’è via di fuga. Noi esseri umani abbiamo il diritto di esprimerci liberamente e di perseguire senza ostacoli la nostra felicità. Eppure siamo scontenti della nostra condizione di base e, in fondo, vorremmo essere qualcosa di diverso da quello che siamo in realtà. Non vogliamo stare dove siamo qui e ora, ma siamo alla ricerca del nostro ‘vero io’ e della nostra ‘vera casa’. Cerchiamo così di fuggire e di negare il mondo umano, solo per trovarci isolati e soli.

E sebbene ci sentiamo arrabbiati e sconvolti dall’ ‘incidente Aum’, non possiamo fare a meno di simpatizzare con quei giovani che si sentono attratti da quel culto. Questo perché vediamo in loro la sofferenza di ogni essere vivente in questo mondo moderno. Essi – proprio come ciascuno di noi – sono vittime dell’isolamento di questa società umana. Il motivo per cui sentiamo rabbia e simpatia al tempo stesso quando pensiamo all’incidente Aum, sta nel fatto che sembra essere una sfida all’umanesimo moderno, che punta a distruggerlo e a trascenderlo al tempo stesso - comunque vada.”

Anziché limitarsi a condannare la setta Aum, sembra che i dirigenti delle sette Rinzai e Obaku addirittura simpatizzino con il modo con cui questi culti hanno lanciato la sfida all’umanesimo moderno. D’altra parte però, resta aperto il problema del perché il culto non è riuscito a trascendere l’umanesimo moderno, e perché la sua sfida sia finita con l’attentato col Sarin:

“Sebbene la setta abbia cercato di trascendere l’umanesimo moderno, è proprio per avere scelto l’umanesimo moderno come obiettivo della sua sfida, che ha fatto suo quello stesso modernismo che ha cercato di trascendere. Così questa setta non solo ha fatto suo il modernismo come oggetto della sua sfida, ma anche lo stesso insegnamento del suo capo, Asahara Shoko, e il modo in cui la loro pratica religiosa è stata delineata e organizzata, sono, nella loro essenza, moderne e umanistiche. Questo significa che mentre la setta cerca di lanciare una sfida all’umanesimo moderno, si porta in sé tutti i difetti dell’umanesimo moderno che cerca di sconfiggere.”

Questo, in concreto, cosa significa?

“Quello che chiamano ‘liberazione’ significa trascendere il proprio io per conseguire l’esperienza mistica di una realtà oggettiva che ne è al di là. Si suppone che l’esperienza di questo ‘mondo reale’ dia all’individuo poteri mistici di qualche tipo. Quello che sostanzialmente manca in questo concetto di ‘liberazione’ è la riflessione sull’io che desidera questa esperienza mistica. Hanno perso di vista se stessi, essendosi concentrati su una ‘vera realtà’ al di là di loro stessi. In questo modo non si rendono conto di creare essi stessi quel karma da cui cercano di sfuggire. Cercando di raggiungere quella grande allucinazione che chiamano ‘liberazione’ – piuttosto che riflettere su se stessi che per prima cosa hanno creato questa allucinazione – sprofondano sempre di più nell’illusione da cui cercano di sfuggire. Esistenza umana significa nella sua essenza profondo legame karmico. Ma i seguaci di questa setta non lo sanno. Cercano solamente di trascendere il legame karmico che si presenta nella forma di umanesimo moderno, restando così sempre più intrappolati nella via senza uscita del karma. Più si sforzano di trascendere da se stessi e di fare esperienze mistiche su livelli spirituali più elevati, nella speranza di ottenere qualche potere o liberazione spirituale, più restano schiavizzati dal loro karma. Religioni come la setta Aum esistevano molto tempo fa. E molto tempo fa il genere umano ha svelato la trappola karmica a cui portavano le superstizioni pagane insegnate da queste religioni. E’ così che il genere umano ha scoperto cosa significa realmente la religione: Essere religioso significa capire che stai vagando all’interno delle illusioni create dai tuoi stessi desideri. Riflettere su te stesso, soffrire per le illusioni che ti crei, e pregare all’interno di questa sofferenza – questo è il mondo della religione. La preghiera è la manifestazione del desiderio di abbandonare il proprio io e di vivere in comunione a tutto il resto, tenuto in vita da quella eterna forza vitale che abbraccia ognuno e tutti noi. Quando il genere umano ha scoperto questa forma di religione, per la prima volta abbiamo incontrato quella realtà che ci trascende e al tempo stesso abbraccia tutte le nostre illusioni karmiche. Religione significa il mondo che si apre quando preghiamo in quel modo.

Ma la setta Aum non conosceva questo tipo di preghiera, non conoscevano quel mondo che trascende e abbraccia al tempo stesso tutte le nostre illusioni e sofferenze umane. Non si sono mai sognati di fare i quattro voti di salvare gli innumerevoli esseri sofferenti, di estinguere l’inestinguibile illusione, di studiare le innumerevoli vie del dharma e di realizzare la via del Buddha che tutto trascende. Questo è dimostrato anche dal fatto che Asahara, quando parlava del ‘mahamudra’, egli stesso non aveva mai fatto l’esperienza della grande morte. Tutti i seguaci della setta Aum conoscevano in un modo o nell’altro la sensazione di soffocamento che deriva dal vivere da essere umano in questo mondo moderno. Quello che però non sapevano è che esiste un mondo che ci abbraccia tutti come esseri umani, e che questo mondo ci si apre quando pensiamo a noi stessi come esseri umani limitati e accettiamo la nostra sofferenza come una condizione essenziale della nostra esistenza umana. Quello che piuttosto hanno cercato di ottenere sono stati poteri mistici che li liberassero dalla sofferenza. Hanno così rifiutato il loro essere essenzialmente umani, e hanno finito col pensare a se stessi come ‘agli eletti’, che hanno il diritto di uccidere gli altri come strumento per migliorare il karma delle loro vittime (powah)”:

In questa sede quel che a me sembra più interessante è il fatto che i dirigenti delle sette Obaku e Rinzai, che sembra che diano grande peso al concetto di “fare esperienza del kensho e diventare un buddha”, qui si rifugiano nella parola “preghiera”, che normalmente non si incontra nel loro insegnamento. Mi ricorda Uchiyama Roshi che spiegava la pratica di sedere semplicemente con le parole “voto (seigan)” e “pentimento (zange)”. Lo zazen non è un modo di trascendere se stesso come essere umano e diventare qualcosa di speciale – “un illuminato, un buddha” – ma piuttosto una pratica di voto e pentimento. Il voto essendo l’espressione del desiderio di ciascuno di noi di avere il sopravvento sui nostri desideri egoistici, il pentimento che proviene dal riflettere con gli “occhi del buddha” su noi stessi così come siamo: esseri umani con desideri egoistici. Questa consapevolezza ovviamente non è esclusiva dello Zen Soto, ma c’è anche nello Zen Rinzai e nello Zen Obaku. Allora resta la domanda: Che soluzione offrono gli Zen Rinzai e Obaku al problema posto dall’attentato col Sarin, che loro stessi definiscono “un nostro problema”. Cosa dobbiamo fare NOI per indicare una strada ai giovani che soffocano nella società moderna?

IV - “Non possiamo fare nulla”

Chi si deve considerare responsabile dell’attentato col Sarin alla metropolitana di Tokyo di dieci anni fa? Ovviamente nessun altro se non la settaAum. D’altra parte molti buddisti si scusano dicendo che si tratta di un culto solo pseudo-buddista e che quindi quell’attentato non ha niente a che vedere con loro. Ma non è vero. Non c’è bisogno di dire che non c’è niente di “Buddista” nell’attacco. Ma questo evento come qualsiasi altro evento, non può nemmeno essere estrapolato al di fuori del suo contesto, e la comunità buddista, specialmente la comunità buddista giapponese, è parte di questo contesto. Sono rimasto colpito dall’onestà dei dirigenti Rinzai e Obaku, che hanno definito l’attacco un problema non del solo culto Aum, ma un “problema nostro”, e si sono spinti fino al punto di dire che se non risolviamo questo problema, in qualsiasi momento potrebbe capitare un secondo o un terzo attacco. E allora qual è la risposta di questi dirigenti alla domanda che essi stessi hanno posto: “Cosa possiamo fare?”

In modo abbastanza sorprendente la risposta è: “Non possiamo fare niente.” All’inizio del loro simposio, la discussione si è focalizzata su domande pratiche del genere in quali monasteri quanti credenti Aum in fuga si sarebbero potuti accogliere e come si sarebbe potuto procurare vitto e alloggio ai profughi il cui numero poteva rivelarsi nell’ordine delle centinaia. Ben presto però le autorità appresero che non si aveva notizia di richieste di aiuto o di asilo a nessun monastero Zen. Sembrava che nessuno tra gli scoraggiati credenti Aum si aspettasse che qualche prete Zen facesse qualcosa. E anche dal lato dei preti Zen sembrava che non ci fosse nessuno oltre alle autorità delle curie che si chiedesse: “Ora cosa possiamo fare?” A livello dei singoli templi familiari, che costituiscono il 99% dello Zen, mai nessuno si è interessato del problema posto dagli Aum. Anche se poteva capitare che si facesse cenno dell’incidente nell’omelia del prete ai parrocchiani dopo una cerimonia funebre, né i parrocchiani né il prete avrebbero trattato l’argomento come un argomento religioso o buddista, per non parlare del sentirlo come “problema nostro”. L’Aum era semplicemente un altro avvenimento di carattere sociale che ha provocato chiacchiere, e poco più. Quindi sostanzialmente nessuno si aspettava che i buddisti Zen facessero niente – nessuno nella società giapponese in genere, dove il Buddismo è considerato semplicemente un modo per guadagnare senza fatica, e nessuno tra i seguaci Aum, che non hanno mai fatto affidamento in primo luogo nella istituzione Buddista, né negli stessi chierici buddisti, impegnati nel celebrare i funerali.

La domanda resta perché le gerarchie al vertice della setta abbiano parlato tanto della setta Aum come di un “problema nostro”, se questa preoccupazione non è affatto condivisa dai singoli preti né nei templi periferici né in quelli di città. Come può essere che la coscienza all’interno della setta Zen sia così divisa?

V - Che ne è stato del “nostro problema”?

Il problema posto dall’attacco col Sarin nella metropolitana di Tokyo dal culto Aum è stato definito dai dirigenti delle sette Obaku e Rinzai un “problema di responsabilità della setta Zen in quanto religione istituzionalizzata nella società moderna”.

Qual è dunque la risposta che danno alla domanda che essi stessi si sono fatta?

“L’istituzione religiosa sta al sicuro nei suoi templi, fidando sul supporto dei suoi fedeli, senza accorgersi della voragine che si apre ai suoi piedi. Né manifestano alcun interesse nella direzione che sta prendendo la società moderna, ed è questo il motivo per cui sono del tutto incapaci di reagire sia come singoli preti sia come organizzazioni religiose nel loro insieme alle domande poste dall’uomo moderno. Con il risultato che i templi buddisti sono finiti per diventare sale per cerimonie per servizi funebri, e lo Zen ha finito per essere un monumento storico dei vecchi tempi, senza nessun rapporto con la società attuale. Dobbiamo riflettere su questo andamento, tenendo presenti le nostre responsabilità come monaci dello Zen e preti dei templi. Dobbiamo ripensare allo stile della nostra pratica, come ci è pervenuto dalla tradizione, alle attività svolte quotidianamente per diffondere il dharma, e alla situazione reale nei singoli templi e dell’organizzazione Zen nel suo complesso.”

Si tratta di un’autocritica decisamente severa da parte dei dirigenti Zen. Ma come faranno a superare la distanza che separa la tradizione dall’assunzione di responsabilità richiesta dal mondo attuale, il buddha dharma dalla realtà corrotta dei templi?

“Abbiamo discusso di quello che noi in quanto Buddisti Zen potevamo fare per quei giovani credenti che erano stati presi al laccio dalla setta Aum, e ora erano spiritualmente persi. Ma, a proposito delle forti critiche e della paura suscitata dalla setta nella società giapponese da un lato, e il fatto che i singoli templi si basano esclusivamente sulle offerte dei fedeli, senza che il prete senta alcun senso di responsabilità nei confronti della società nel suo complesso, e anche la struttura e l’atmosfera nell’istituzione religiosa dall’altro, sembrerebbe francamente irrealistico se noi – che rappresentiamo le sette Rinzai e Obaku – dovessimo dichiarare che si devono accogliere e si deve dare asilo a quelli che sono stati credenti Aum. Siamo arrivati alla conclusione che questo sarebbe impossibile tenuto conto dello stato reale in cui si trova attualmente la nostra setta. Ci sembra che il fatto che ciascuno di noi come monaco Zen sente che qualcosa, per quanto riguarda questo problema, occorre fare, mentre al tempo stesso ci rendiamo conto che non siamo in grado di intraprendere nessuna azione reale – non solo come individui ma come organizzazione religiosa – è il motivo per cui il ‘problema Aum’ è anche il ‘nostro problema’. Consapevoli di questo, abbiamo concordato che faremo ogni sforzo per trovare una via d’uscita al dilemma in cui siamo finiti”.

I dirigenti hanno discusso, analizzato, si sono sentiti responsabili e preoccupati, hanno costatato il dilemma e sono arrivati alla conclusione che si rende necessario uno sforzo maggiore. Una quantità di parole, nessuna azione...

“Vogliamo finire la nostra relazione con la seguente proposta: Suggeriamo che Rinzai e Obaku insieme costituiscano una nuova istituzione con la finalità di cercare delle risposte ai problemi di fondo che attraversano entrambe, cioè la mancanza di eredi del dharma e del giusto insegnamento, i problemi posti dalle mogli dei preti Zen o il problema di come diffondere il dharma nella società moderna. Un’istituzione di questo tipo potrebbe aiutare a individuare qualche riforma all’interno dell’organizzazione. Siamo consapevoli che questa proposta potrebbe non sembrare una soluzione rivolta specificamente al problema in oggetto. Ma riflettendo sulla sfida che ci troviamo ad affrontare, e a quella che è la nostra situazione attuale, ci auguriamo che i responsabili delle singole sette approvino la nostra proposta. Non è solo la società moderna a soffrire di un problema di fondo, noi stessi soffriamo dello stesso disagio”.

E’ così che si chiude la relazione del simposio sul ‘problema Aum’ che ha lavorato 6 mesi. Di fatto, costruire una nuova istituzione che debba essere responsabile a sua volta di tutti quei problemi che il simposio non è riuscito a risolvere non sembra affatto una risposta a nulla. Se i dirigenti sono veramente consapevoli che il problema reale è la nostra situazione attuale, cioè “il nostro problema”, perché aspettare che sia una nuova istituzione a risolvere quei problemi che non possono essere risolti da nessun altro se non da noi stessi, qui e ora? Quali sono questi problemi? Più fondamentali che non il “problema Aum” sono in realtà quelli citati nella relazione: la mancanza di eredi del dharma (cioè i figli dei preti si rifiutano di diventare loro stessi monaci), nessun addestramento, templi che diventano case per le famiglie dei preti, l’assenza del dharma. Come ci si può aspettare che dei preti Zen offrano il loro aiuto alla società moderna se non sono nemmeno in grado di prendersi cura delle proprie vite private? Molte persone in Occidente potrebbero non sapere com’è realmente la vita in un normale tempio Zen giapponese.

VI - Marcio fino alle ossa

Il simposio dei dirigenti delle sette Rinzai e Obaku era cominciato con l’intenzione di “trovare i mezzi per accogliere e integrare i credenti della setta Aum nella vita quotidiana dei nostri templi”. Si era detto “dobbiamo rapportarci a questi giovani, tenendo conto della loro situazione sociale e spirituale particolare, ma anche trattarli nello stesso modo in cui trattiamo i nostri fedeli quando diffondiamo il Dharma”. Però, dopo qualche incontro, i dirigenti si sono resi conto che si trattava solo di chiacchiere vuote. Perché? Innanzi tutto perché nessuno di loro diffondeva il Dharma...

Alla fine il simposio si è chiuso senza fornire nessuna risposta. La conclusione è stata l’elenco di una serie di problemi all’interno dello Zen, e che dovevano essere risolti prima che ci si potesse rivolgere ai credenti Aum. Tra questi “il problema di far crescere degli eredi del Dharma, il problema della collocazione delle mogli nei templi Zen, il problema di come diffondere il Dharma ecc.”. In breve, il problema è che il Dharma è sparito dai templi giapponesi di oggi. Pertanto non ci si può sorprendere se nessun giapponese si rivolge ad un tempio buddista quando cerca risposte a domande riguardanti la sua vita. Piuttosto che praticare lo Zen (ma dove lo si pratica realmente nei templi istituzionalizzati?), un giovane giapponese disperato si rivolgerà piuttosto a uno dei nuovi culti religiosi.

Permettetemi una citazione da uno dei documenti del simposio: “Siamo diventati abati nei templi grazie al lavoro pionieristico dei fondatori. Tutta l’organizzazione è debitrice della sua esistenza ai padri fondatori, nessuna meraviglia che questi patriarchi sono venerati e tenuti in grande considerazione. Pure ci siamo mai chiesti perché i padri fondatori hanno tanto penato per costruire i templi in cui viviamo? Non è stato forse per liberare spiritualmente gli esseri umani che soffrivano nella società del loro tempo? Se questo è il caso, la venerazione dei patriarchi non dovrebbe consistere nel seguire il loro cammino e continuare il loro lavoro di salvezza nella società attuale? Ma questo sforzo da parte nostra manca completamente. Il motivo per cui la gente dice che i templi e le organizzazioni religiose di oggi sono solo uno dei tanti aspetti marginali della società, sta proprio nella mancanza di consapevolezza del nostro compito e della nostra missione di abati buddisti. S’impone una profonda riflessione.”

Gli abati buddisti di oggi venerano gli antichi maestri senza seguirne i passi. Qual è il motivo? Penso che una ragione storica è il sistema che si è stabilito nel periodo Tokugawa (1600-1868), che collega ogni famiglia giapponese a un tempio buddista. Questo sistema ha aiutato l’istituzione politica a controllare la popolazione giapponese mettendo tutte le famiglie sotto la supervisione dei templi, che, oltre al celebrare i funerali, dovevano registrare nascite e decessi, tenere traccia dei membri e delle storie familiari, e funzionare così non solo da istituzioni religiose ma anche da uffici comunali e in seguito anche da scuole.

“La maggior parte dei templi funziona ancora oggi come parte di questo sistema. Il loro compito è la venerazione degli antenati di ogni famiglia, e la ‘diffusione del Dharma’ da parte degli abati si limita alla celebrazione dei funerali e delle funzioni di suffragio. Il nostro problema attuale è che le attività dei nostri templi sono ancora incastonate in un sistema sociale che proviene dal periodo Tokugawa, senza che da parte nostra ci sia stato un riesame critico di quel sistema. Si potrebbe affermare che non siamo ancora del tutto consapevoli di essere entrati nell’era moderna. Si suppone che la nostra religione abbia lo scopo di conseguire la liberazione individuale basata sull’insegnamento di ‘mirare direttamente alla propria mente e diventare buddha vedendo la propria natura’. La tradizione Zen in cui c’identifichiamo ha l’obbiettivo di produrre ‘una o anche solo mezza’ persona della via grazie al conseguimento del ‘kensho’ (vedere la propria natura). Ma prescindendo da questa tradizione non siamo stati capaci di stabilire una religione per gli individui che risponde alle esigenze dell’uomo moderno. Fino ad oggi, non abbiamo semplicemente sprecato il nostro tempo senza diffondere il Dharma? Non ci siamo semplicemente adagiati sul sistema Tokugawa che ci ha affidato un certo numero di famiglie e le tombe dei loro antenati, senza affrontare il problema di chi vive? E ora scopriamo che con la globalizzazione, la crescita economica e l’abbondanza d’informazioni disponibili su ogni singolo individuo, non c’è più domanda per i nostri servizi. Se vogliamo ricoprire un ruolo significativo nella società attuale, ognuno di noi dovrà riflettere in modo critico sulla nostra funzione storica come setta Zen, e cercare di riformare e re-inventare il nostro rapporto con i fedeli e il modo in cui diffondiamo il Dharma”, dicono i dirigenti Rinzai e Obaku.

Nel Giappone di oggi, i Buddisti Zen hanno dimenticato il loro compito principale di portare le persone alla liberazione. Si accontentano di fornire i servizi funebri e i riti annuali di suffragio per le famiglie, come è consuetudine da secoli. Ma – con il singolo essere umano e i suoi problemi che nell’epoca moderna diventano sempre più pressanti, e di conseguenza con il culto degli antenati che sta cominciando a passare di moda – questi riti non bastano più a soddisfare le esigenze religiose dei giapponesi.

Un altro motivo per cui i templi non hanno più nessuna funzione vitale nella società giapponese è il fatto che sono diventati le abitazioni delle famiglie dell’abate che vi risiede. Anche dopo che i preti buddisti hanno cominciato a sposarsi e ad avere figli, dopo la restaurazione Meiji (nel 1868), nessuno ha mai pensato al ruolo della famiglia nel tempio, o a cosa significhi innanzi tutto per un prete buddista essere sposato. Così, il fatto che il prete ha moglie e figli (che dovrebbero diventare i suoi discepoli nel tramandare la tradizione del tempio) ha reso difficile o addirittura impossibile per gli altri rivolgersi ai preti con i loro problemi, senza parlare del diventare discepoli [= disciples] di quel tempio. Diventando una casa d’abitazione, i templi hanno smesso di funzionare da case del sangha (la comunità buddista).

“La maggior parte dei monaci Zen oggi sono sposati, e le mogli svolgono un ruolo importante nella vita del tempio. Ma questo comporta anche una quantità di problemi. Innanzi tutto, non è chiaro cosa significa essere sposato per un monaco Zen. Non sappiamo quale ruolo dovrebbe avere ‘la moglie del tempio’, e tutte le sette buddiste avallano semplicemente la situazione per com’è, senza fornire nessun’indicazione sul ruolo che dovrebbero avere le ‘mogli del tempio’. A prescindere da ciò – o forse proprio per questo – i templi sono diventate situazioni abitative vantaggiose per moglie e figli, mentre è diventato sempre più difficile anche per i fedeli di quel tempio entrare nello ‘spazio privato’ della famiglia del prete.”

I templi giapponesi non sono più posti per la pratica del Buddha-Dharma. Sono diventati un affare legato alla gestione dei funerali. Allo stesso tempo fungono da case per le famiglie del prete, che offrono i loro servizi in cambio di denaro. Quindi nessuna meraviglia che non solo i giapponesi giovani con richieste di carattere spirituale, ma neanche i fedeli che fanno capo ai singoli templi cui per secoli hanno dato il loro sostegno, si sentono più i benvenuti. Ma questo non è solo un problema dei singoli templi, ma anche dell’organizzazione religiosa nel suo complesso, dicono i dirigenti.

“Le organizzazioni hanno ignorato a lungo questo genere di problemi e lasciato che i singoli templi li affrontassero singolarmente. E’ per quest’atteggiamento che i pochi preti che cercano di fare il massimo per diffondere il vero Dharma sono letteralmente disperati con le istituzioni religiose, particolarmente con il centro della curia. Da noi non si aspettano più niente e stanno cominciando a formare i propri gruppi autonomi. Indipendentemente dal cuore corrotto della setta Zen, hanno cominciato a chiedere a se stessi sinceramente cosa possono fare loro adesso, cosa gli chiede la situazione attuale.”

Questo orientamento è solo naturale. Quando la setta Zen è marcia fin dalla radice, cosa possono fare quei pochi monaci Zen che capiscono che il loro compito più che ricavare un reddito è lavorare per il Dharma, se non prendere le distanze dalle iastituzioni e diventare indipendenti? Non si troverà la soluzione di questi problemi dando vita a una nuova istituzione nell’ambito dell’organizzazione esistente. Non saranno certo i dirigenti della curia che così sprecano il denaro dei fedeli, ma i giovani monaci che si allontanano dalle organizzazioni che indicheranno il futuro dello Zen giapponese, ammesso che un futuro ci sia.

(traduzione di Stefano Zezza, http://www.lastelladelmattino.org/rivista/la-stella-del-mattino/)